Troiane

Un fiume di sangue scorre al centro della città, acqua sporca di rosso perché, se di guerra bisogna parlare, allora non si può sfuggire l’immagine di un torrente carico di corpi feriti e di un trono vuoto, dove nessuno siede perché l’antica città è caduta.

TROIANE è la storia di una sconfitta e di una resistenza che non si arresta, è lo sguardo dei vinti che non abbassano gli occhi, dei ricordi che non smettono di turbare come spettri instancabili un presente fatto di macerie e corpi in rovina.
E’ l’urlo di dolore e rivolta di una regina, Ecuba, che davanti alle mura che crollano non cessa di piangere i figli perduti, caricando sulle proprie spalle quello che resta di una città in fiamme.

Quattro attrici vestite a lutto con abiti da principesse barocche celebrano il rito funebre così come la città l’ha stabilito, con i gesti composti della cerimonia concessa, il dolore misurato e costretto dentro una liturgia nota e ricordano il tempo in cui potevano danzare libere e celebrare gli dei insieme ai figli e agli sposi.

Ecuba apre e chiude con le sue parole di una lingua innervata di suoni del dialetto napoletano l’intera performance perché, anche se la città è caduta e il suo potere non è più riconosciuto da alcuno, resta in lei il dovere e la responsabilità, il compito di condurre ancora le altre, le figlie, e di indicare il prossimo passo.
Con un canto che è già lamento le principesse di Troia accompagnano la morte, esprimono la perdita che cova nei loro corpi e cullano gli spiriti che devono lasciar andare, rimasti intrappolati nei corpi spezzati che le circondano.
Eppure questo non basta: da un momento all’altro cedono al dolore, si lasciano impazzire perché è l’unico modo per continuare a vivere in mezzo a tutta quella morte, al centro di quel lago di sangue. Per questo agiscono con un secondo rito, un contro-rituale che segue il primo, quello della follia che le domina: lo inventano secondo l’istinto dei loro corpi e compiono l’unico gesto possibile, quello di asciugare il sangue fino alla fine.
E in una danza funebre poco a poco si immergono nell’acqua, si mescolano col sangue e la loro azione si fa sempre più disperata e furiosa, ormai incuranti del giudizio di chi le guarda agire sulla piazza che stanno occupando con la loro protesta.

 

CREDITI

Ispirato ai testi di Omero ed Euripide

Regia e sceneggiatura Marta Scaccia

Con  Damian J. C. Bruzzo-Morris, Martina Camani, Maria Cascone, Roberto Lorenzin, Elisabetta LuiseLaura Mondin, Enrico Stecchezzini

Tecnico audio- luci Marta Scaccia

Sartoria Silvana Bertuzzo

Produzione Teatro della Cenere

 

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